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Una vita da romanzo per una delle più celebri penne italiane

di Tiziana Bagnato

Matilde Serao, una vita da romanzo per una delle più celebri penne dell’Ottocento.

Carducci la ricordava come “la più forte prosatrice d’Italia” ma lei preferiva definirsi “una fedele ed umile cronista della memoria”. Matilde Serao, nata nel 1856 in Grecia da un esule napoletano, fu una delle penne femminili che, all’epoca solitarie, riuscirono ad arrivare ai clamori del successo. Carta stampata e letteratura furono i campi d’azione ai quali si dedicò con sincera dedizione, nonostante la sua stessa vita fosse stata, per molti versi, un romanzo di impronta malinconica.

Il suo talento non fu precoce o innato ma frutto di un duro lavoro su se stessa e le proprie attitudini. Trasferitasi all’età di quattro anni circa a Napoli, la Serao fino agli otto anni non riuscì, infatti, nonostante gli sforzi della madre, né a leggere né a scrivere.

Poi a quindici anni si presentò in qualità di semplice uditrice presso la Scuola Normale Pimentel Fonseca, dove riuscì con profitto ad ottenere il diploma. Successivamente vinse il concorso come ausiliaria telegrafica dello Stato e proprio in quegli anni cominciò a manifestare il suo interesse per la scrittura. Il primo ad ‘ospitarla’ fu il “Giornale di Napoli”, sul quale scrisse brevi articoli nelle appendici, poi passò ai bozzetti e alle novelle, ma usando uno pseudonimo, quello di Tuffolina.

In breve la Serao iniziò a scrivere di tutto e a collaborare con diverse testate tra cui il “Corriere del Mattino” e “Capitan Fracassa”. A fare da motore a questo suo rapido e molteplice esporsi, certamente c’era la voglia di riscattarsi e di risalire con i propri mezzi quella scala della vita che l’aveva vista nascere proprio nei gradini più bassi.

Ma c’era chi non era disposto a passare sopra la sua bassa estrazione. Nei salotti mondani, che spesso frequentava, la sagoma tozza della scrittrice e giornalista, la sua mimica e la risata grossa diventarono oggetto di pettegolezzi. E la sua fama di donna indipendente anziché suscitare ammirazione non stentò a suscitare curiosità. Ma, non curante delle critiche, la Serao scrive che:”Quelle damine eleganti non sanno che io le conosco da cima a fondo, che le metterò nelle mie opere; esse non hanno coscienza del mio valore, della mia potenza…”.

Quale fosse il suo vero mondo, quello a cui apparteneva in maniera viscerale, si evince confrontando i suoi scritti. La vena migliore della scrittrice viene fuori quando ritrae la plebe e la piccola borghesia. La disperazione, gli stenti e le abitudini della sua stessa classe sociale sono descritti in maniera appassionata, carnale ma soprattutto reale. Ma quando la sua mano si è spostata a descrivere il mondo dei ricchi, i loro intrighi e artifizi, quella stessa artificiosità ha intaccato il suo stile, rendendolo poco efficace.

Dello stesso parere fu Edoardo Scarfoglio, l’uomo che da lì a breve la Serao avrebbe sposato. Scarfoglio non risparmiò, infatti, inizialmente critiche dure e aspre alla  scrittrice, definendone la scrittura come “una materia inorganica, come una minestra fatta di tutti gli avanzi di un banchetto copioso, nella quale certi pigmenti troppo forti tentano invano di saporire la scipitaggine dell’insieme”.

La scrittrice spiegò le ragioni di questo stile frammentato e da alcuni criticato citando i suoi cattivi studi e la loro incompletezza oltre che l’ambiente di crescita. Ma, ci tenne a precisare, “credo con la vivacità di quel linguaggio incerto e di quello stile rotto, d’infondere nelle opere mie il calore, e il calore non solo vivifica i corpi ma li preserva da ogni corruzione del tempo”.

Dal matrimonio con Scarfoglio nacquero quattro figli, Antonio, Carlo, Paolo e Michele. Le gravidanze non pesarono sull’attività letteraria della scrittrice che, proprio in quegli anni, scrisse uno dopo l’altro, Pagina Azzurra, All’erta!, Sentinella, La conquista di Roma, Piccole anime, Il ventre di Napoli, Il romanzo della fanciulla, oltre a centinaia di articoli.

Ciò che descriveva nei suoi articoli di cronaca, i suoi protagonisti della carta stampata, ritornavano poi ad animare quei suoi romanzi definiti all’epoca “mondani”, come Cuore Inferno, 1881, e Addio amore, 1890.

Una delle rubriche da lei create che ebbero più successo proprio per questo tangibile intreccio di cronaca e letteratura fu “Api, mosconi e vespe”. Una rubrica che riapparve più volte, anche in altri giornali, dal “Corriere di Roma”, al “Corriere di Napoli”, al “Il Mattino”, fondato da Scarfoglio, dove, dal 1896, prese il nome di “Mosconi” e, infine, sul giornale della sola Serao, “Il Giorno”.

Per quanto riguarda la vita privata della scrittrice, Edoardo Scarfoglio fu molto irrequieto non solo dal punto di vista creativo ma anche nella vita sentimentale. I tradimenti, infatti, macchiarono da subito il matrimonio con la Serao, la quale per molto tempo preferì soprassedere. Ma nel 1892, Scarfoglio conobbe Gabrielle Bessard, una giovane cantante di teatro. La loro relazione durò due anni e terminò in modo tragico.

 Il 29 agosto 1894 la Bessard bussò alla porta dei coniugi portando con sé la bambina nata dalla relazione con il giornalista. Appena la cameriera aprì la porta, la cantante si sparò lasciando ritrovare un biglietto sul quale era scritto: “ Perdonami se vengo ad uccidermi sulla tua porta come un cane fedele. Ti amo sempre”.

Il Mattino non riportò la notizia per evitare l’insorgere di uno scandalo. Lo stesso fece inizialmente il Corriere di Napoli che però il 31 Agosto, ruppe l’accordo preso con Scarfoglio e pubblicò l’episodio. Intanto, la bimba venne affidata dal giornalista a Matilde che non esitò ad accettarla ed allevarla ma da lì a qualche anno lasciò definitivamente il marito.

Nel 1900 il senatore Giuseppe Saredo avviò un’inchiesta su Napoli nella quale fu coinvolto anche Scarfoglio, accusato di essersi fatto corrompere in cambio di favori. Anche Matilde ricevette accuse simili e Scarfoglio, dopo aver ironizzato sul dolore della moglie, la difese dalle pagine del Mattino.

Una difesa, quella innalzata dal giornalista, legata più al proprio orgoglio che ad un sincero affetto per la Serao che, infatti, da lì a pochi mesi fu estromessa dal Mattino. Matilde Serao si ritrovò senza marito e lavoro nel giro di poco, ma dimostrò tenacia ed orgoglio e, forte della propria esperienza di fondatrice e condirettrice di un quotidiano con Scarfoglio, creò, proprio a Napoli, un nuovo quotidiano, “Il Giorno”.

A differenza de Il Mattino, il quotidiano della Serrao fu più pacato nelle posizioni e meno polemico. Il successo non tardò ad arrivare e ben presto anche la vita sentimentale della scrittrice riprese quota. La Serao, infatti, si risposò con l’avvocato Giuseppe Natale.

La morte la colse nel 1927 a Napoli mentre, insaziabile, era al suo tavolo di lavoro intenta a scrivere.

su http://www.instoria.it/home/matilde_serao.htm

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