21 Giugno 2009 su Avvenire.it

Il viaggio che la poesia affronta dentro le grandi domande dell’esistenza può assumere una decisa ispirazione religiosa, o aprirsi al trascendente, affrontando tematiche che riguardano il rapporto dell’umanità con la storia e il cosmo. In tempi di materialismo dominante nella quotidianità, di crisi nei legami umani, e di erosione delle certezze scientifiche, la parola poetica si può conquistare un ruolo privilegiato nel rinnovare il patto di fiducia fra l’umanità e il divino.

La sintesi suprema, non razionale, del poeta, guidato da un’ispirazione di cui non sa l’origine, può sondare il mistero più di qualsiasi altro strumento umano. Qui si vuole offrire una panoramica europea e americana, inevitabilmente non esaustiva, dei principali poeti viventi, o che da poco ci hanno lasciato, che hanno in qualche modo toccato la tematica religiosa, o spirituale in senso più lato. Cominciamo dalla Francia. Nel più recente libro di Yves Bonnefoy (1923) tradotto in Italia, Le assi curve (Mondadori 2008) si incontrano personaggi come san Cristoforo e Gesù Bambino, protagonisti di brevi parabole poetiche. Non c’è da stupirsi, visto che la ricerca di Bonnefoy è sempre stata orientata verso una poesia come potenza cognitiva della realtà, al pari o forse superiore alla scienza.

Del resto, nella Francia del secondo Novecento qualche poeta, come per esempio André Frénaud, ha accolto una sorta di sfida religiosa insita nella sua tradizione già con Charles Péguy e Marie Noel. Un’eredità raccolta anche da Philippe Jaccottet (1925), poeta di pensosa musicalità, amico di Ungaretti, ne condivide in parte il ‘sentimento del tempo’, senso di abbandono a un presente assoluto da cui salvano i particolari, specialmente raccolti nei sogni, incrinature della notte che ci avvolge, rivelazioni del divino, come in L’oscurità (Fazi) e La ciotola del pellegrino (Casagrande). Tende ad appropriarsi di una poesia comunicativa, poematica, in grado di dire l’indicibile, Philippe Delaveau (1950), la cui poesia tocca nei punti più alti il senso divino insito nel fondo delle cose. A volte attraverso personaggi simbolo, come il musicista Bach, che prega per raggiungere un’armonia angelica nella sua musica ( Son nom secret d’une musique). Passando alla penisola iberica, lo spagnolo Antonio Gamoneda (1931) ha segnato fortemente la sua poesia e lo ha condotto a una ricerca della dimensione affettiva perduta nell’infanzia, per la morte prematura del padre e la guerra civile. Non una consolazione, ma una speranza di ritrovamento nell’intensa riflessione della poesia. Questa tensione verso un assoluto nella vita quotidiana si consolida e raggiunge i punti più alti in Arden las perdidas («Ardono le cose perdute», 2003), confluito poi in Esta luz. Poesia reunida 1947-2004 nel 2004, tradotto nel 2009 da Empirìa col titolo Solo luce (un altro libro uscirà prossimamente da Città Nuova).

La sua dimensione religiosa è nella coscienza di un’estrema vibrazione immortale che il passato lascia: la vita dalla prospettiva della morte è una ricerca infinita di senso al di là del mondo materiale. Il tema della caduta, simbolo della fragilità dell’uomo, è il pretesto per porsi domande sulla presenza di Dio nella vita umana nella poesia del portoghese Casimiro de Brito (1938), ora scelta da Manuel Simoes per i tipi di Casta Diva: Libro delle cadute. Un’ironia amara sfuma leggermente la malinconia esistenziale di un poeta che non nasconde tuttavia una straordinaria fiducia nella vita, fino a credere che la morte in realtà non esiste. Portoghese è anche José Tolentino Mendonça (1965), una cui auto­antologia poetica è stata recentemente tradotta da Manuele Masini in La notte apre i miei occhi (Ets 2006). Singolare figura di poeta teologo, fa dei propri versi lo strumento di una personale esplorazione delle possibilità di amore nel mondo, attraverso l’attenzione a particolari minimi anche del mondo animale. Restiamo nell’area linguistica ispanica e lusitana e approdiamo in America latina.

Decisamente animato da un’intensa ispirazione religiosa è il cileno José Miguel Ibanez Langlois, a sua volta sacerdote e teologo, (1936) di cui è stato tradotto da Cesare Cavalleri per i tipi di Ares Il libro della Passione, denso poema sugli ultimi momenti di vita di Gesù, in cui il lato umano del Figlio di Dio è evidenziato con una compassione e una forza visionaria che non possono che colpire la sensibilità dei lettori. Sempre per l’intensa ispirazione cristologia, nel Brasile del secondo Novecento si segnala il poeta Murilo Mendes (1901-1975), mentre negli ultimi anni vanno ricordati per l’importanza della dimensione religiosa due altri autori: Antonio Olinto (1919), noto soprattutto come autore di romanzi poematici (editi da Jaca Book), e soprattutto Heleno Oliveira (1941­1995). Singolare il suo caso: vissuto a lungo a Firenze, imparò a scrivere in italiano con la stessa facilità che in portoghese. Nel 2003 l’editrice Zone di Firenze gli dedica l’antologia Se fosse vera la notte, in cui appare il suo sincero abbandono all’abbraccio di Dio, affettuosa consolazione dalle sofferenze del mondo. Nel 2004 esce da Meridiana Oropa França e Bahia (con introduzione di Davide Rondoni), che ne evidenzia il nomadismo esistenziale e culturale. Passando in America del Nord, incontriamo due poetesse statunitensi toccano con intensità temi religiosi: l’afroamericana Lucille Clifton (1936) e Susan Stewart (1952). Della Clifton per Medusa esce nel 2005 Un certo Gesù, in cui la tipica attenzione dell’autrice verso la fisicità femminile si coniuga con quella di personaggi biblici qui ritratti con una straordinaria vitalità: Adamo, Eva, fino a Maria e Gesù, in una sorta di sacra rappresentazione con i ritmi del blues e del jazz.

Recentemente tradotto per Ares, Columbarium rivela invece la potenza espressiva di Susan Stewart, che insegna Storia della poesia ed estetica a Princeton e della poesia classica rielabora il contrasto fra corpo e anima, con l’essenza di quest’ultima che aleggia intorno alle tombe rendendole come trasparenti, immateriali. Traduttore di Montale e innamorato dell’Italia è Charles Wright (1935), che si può leggere in italiano in Crepuscolo americano (Jaca Book), L’altra riva del fiume (Escogita) e Breve storia dell’ombra (Crocetti), sorta di compendio della sua poesia in cui trovano spazio i paesaggi rurali americani (Wright è nativo del Tennessee) e curiosamente gli oggetti domestici della pittura di Giorgio Morandi. In entrambi l’autore scopre l’essenza dell’esistenza, vuoto primitivo che ospita tracce di divino, celebrandone lo splendore. Riattraversiamo l’Atlantico ed eccoci in Europa del Nord. In Svezia, accanto alla metafisica dei paesaggi urbani spesso visionari di Katarina Frostenson (1953), evidente nell’antologia Dalla nuda terra al corallo (Edizioni del Leone) brilla la poetica mistica, intrisa di trascendenza eppure di carnalità pienamente umana, di Birgitta Trotzig (1929) attualmente considerata una delle più autorevoli voci poetiche svedesi, recentemente tradotta da Daniela Marcheschi in Nel fiume di luce (Mondadori). Trotzig rivisita sciogliendoli in una luminosità verticale i grandi momenti della fede, come l’incarnazione e la nascita di Gesù. In Olanda, Willem Jan Otten (1951) affronta i temi della fede (la perdita, l’aldilà, l’accettazione del male) sia in narrativa sia in poesia, come appare nell’opera Il ritratto vivente (Iperborea) e nell’antologia collettiva di poeti tedeschi e olandesi Le dimore impossibili (Avagliano). In Gran Bretagna accanto al grande irlandese Seamus Heaney (1939) premio Nobel nel 1995, che recupera le antiche tradizioni gaeliche fondendole con un cattolicesimo sentito e sorgivo, l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams (1950), di recente tradotto da Antonio Spadaro ( La dodicesima notte, Ancora) incontra tra i fedeli il volto di Maria, la sua maternità sofferta e il suo dono generoso al mondo, in una poesia che fonde, con originale realismo mistico, ermetismo e Vangeli.

Per finire, diamo uno sguardo al di là dell’Adriatico, nella penisola balcanica, e verso l’Est europeo. A metà fra Stati Uniti ed Europa è il serbo Charles Simic (alla nascita Dusan Simic), nato a Belgrado nel 1938 e trapiantato a Chicago nel 1954. Scrive infatti in inglese, e nel suo più recente libro in italiano, Club Midnight (Adelphi, traduzione di Nicola Gardini), appare una sorta di richiamo a Dio, di rimprovero alla sua assenza sentita come una punizione. È rimasto invece immerso nel mondo delle origini lo sloveno Tomaz Salamun (Zagabria 1941), pur avendo vissuto a Parigi e a Città del Messico. Nell’antologia poetica Quattro domande alla malinconia (Edizioni del Leone) si scopre un sorprendente rapporto spontaneo con Dio, un’accettazione felice degli incontri esistenziali, del rapporto con la natura e i suoi elementi, in uno spirito di fratellanza che a tratti rinnova quello del francescano Cantico delle creature. L’albanese Visar Zhiti (1952) trasforma, soprattutto in Croce di carne (Oxiana) l’esperienza della prigionia politica in una sorta di martirio personale con accenti lontanamente evangelici, con versi in difesa dei poveri e diseredati. Esiliato dalla Russia, Josif Brodskij (1940-1996), premio Nobel 1987, ha trovato nella poesia la forza di raccontare il suo dramma di perseguitato, cercandone il senso profondo, cosmico. Così le forze del caos, del buio, prendono forma nei politici che hanno distrutto tante vite umane, non rispettando la loro stessa antica fede. Il cui ricordo appare nostalgicamente nel recente Poesie di Natale (Adelphi). La poesia della pietroburghese Elena Svarc (1948) ha una forte tonalità irrazionale, fantastica, come appare nell’antologia San Pietroburgo e l’oscurità soave (Edizioni del Leone): per lei sono possibili i miracoli, la presenza di Dio è inevitabile, anche se a volte sembra non ascoltare.

Bianca Garavelli

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