Fernando (Antonio Nogueira) Pessoa
(1888-1935)

Nasce a Lisbona, ma rimasto orfano di padre si trasferisce, in seguito alle seconde nozze della madre, in Sudafrica.
Tornato nel 1905 a Lisbona lavora come corrispondente commerciale. Pessoa, che verrà considerato il più grande poeta del novecento, visse sempre in modeste condizioni, solo dopo la sua morte si scoprì l’impressionante mole di scritti prodotti.
Si nascose dietro una serie infinita di altri nomi, definiti i suoi “eteronomi” così che Alberto Cajero, Alvaro de Campos, Ricardo Reis, che sono solo alcuni dei nomi inventati dal poeta contribuiranno ad accrescere il senso di nebulosità che circonda il poeta, al punto che nasce a volte il sospetto che lo stesso Fernando Pessoa altro non sia che un ennesimo eteronimo di un poeta portoghese che forse in realtà, quella stessa realtà sempre discussa in vita, si chiamava… Fernando Pessoa. Tabaccheria è considerata forse la sua poesia più bella. Una sola donna nella vita di Pessoa, Ophelia Queiroz .Qui alcune lettere di Fernando e dei suoi “alter ego” a Ophelia

 

“Ho avuto desideri, ma mi è stata negata la ragione di averli. Per ogni cosa ho esitazione, spesso senza sapere perché.. Non ho mai avuto l’ arte di vivere in maniera attiva. Ho sempre sbagliato i gesti che nessuno sbaglia. Ho sempre fatto il possibile per tentare di fare quello che tutti sanno fare. Voglio sempre ottenere ciò che gli altri riescono a ottenere senza volerlo. Fra me e la vita ci sono sempre stati dei vetri opachi… Non ho mai saputo se era eccessiva la mia sensibilità per la mia intelligenza o la mia intelligenza per la mia sensibilità.
Ho tardato sempre. Non so per quale delle due ho tardato: forse per entrambe, o per l’ una o per l’ altra. O forse la terza ha tardato.”

(Il libro dell’ inquietudine – Fernando Pessoa )

“Ma l’esclusione che mi sono imposto dagli scopi e dai movimenti della vita; la rottura che ho cercato del mio contatto con le cose mi hanno portato precisamente verso ciò che cercavo di evitare. Io non volevo sentire la vita nè toccare le cose, sapendo con l’ esperienza del mio temperamento al contagio del mondo che la sensazione della vita era sempre dolorosa per me. Ma evitando quel contatto mi sono isolato, e nell’isolarmi ho esacerbato la mia sensibilità già eccessiva. Se fosse possibile interrompere completamente il contatto con le cose, ciò gioverebbe alla mia sensibilità. Ma quell’isolamento totale non può avvenire. Per quanto faccia poco, respiro, per quanto poco agisca, mi muovo. E cosí, riuscendo a esacerbare la mia sensibilità attraverso l’isolamento, sono riuscito a fare in modo che i più piccoli fatti, che prima non avrebbero avuto importanza per me, mi ferissero come catastrofi. Ho sbagliato il metodo di fuga. Sono fuggito, attraverso uno scomodo stratagemma, verso lo stesso luogo dov’ ero, con la fatica del viaggio che si è aggiunta al disgusto di vivere in quel luogo.

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