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27 Luglio 2009

 
Cronaca nera nel deserto, così l’altro ci chiama

Davanti a Gesù si presenta un dottore della legge che gli pone un quesito: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gli impegni dell’ebreo osservante per raggiungere questa meta erano stati codificati dalla tradizione rabbinica in 613 precetti estratti dalla Bibbia, 365 negativi (quanti sono i giorni dell’anno) e 248 positivi, tanti quante erano le ossa del corpo umano secondo l’antica fisiologia. Gesù risponde citando due passi biblici, entrambi legati all’«amare»: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze» e «Amerai il prossimo come te stesso». Il dialogo ha, però, una svolta nell’ulteriore replica dello scriba: «Chi è mai il mio prossimo?». Gesù ricorre a una parabola (Luca 10, 25-37) che alla fine ha un interrogativo rilanciato allo scriba: «Chi ha agito come prossimo?». Il ribaltamento è evidente: invece di interessarsi «oggettivamente» alla definizione del prossimo, Gesù invita a comportarsi «soggettivamente» da prossimo nei confronti di chi è nella necessità.


Un viandante sta percorrendo quella strada che si snoda tra i monti del deserto di Giuda. All’improvviso, si ha un assalto di briganti che «lo spogliano, lo coprono di percosse e se ne fuggono lasciandolo mezzo morto». Ancora nel 1931 il vescovo anglicano di Gerusalemme era stato ucciso da un gruppo di predoni proprio mentre stava recandosi su questa strada da Gerusalemme a Gerico e non è da escludere che Gesù abbia preso spunto da un fatto contemporaneo di cronaca nera. Un corpo insanguinato, il silenzio del deserto, l’attesa di un passaggio. Ecco, finalmente, da lontano un sacerdote… Ma subito la delusione: «Passò oltre dall’altra parte» della strada. Ecco un altro passaggio, un levita. Di nuovo la delusione: anch’egli «passò oltre dall’altra parte». Ecco, però, un terzo viandante, un «eretico» samaritano, appartenente a una comunità che nella Bibbia è chiamata «lo stupido popolo che abita in Sichem», anzi, «neppure un popolo» (Siracide 50,25-26).

Eppure è solo lui che si accosta e si piega sull’ebreo ferito, suo nemico religioso e politico, per aiutarlo. Gesù non si perde nei particolari per i primi due, cercando spiegazioni per il loro atto di omissione, motivato forse da ragioni rituali (il sangue e la morte rendevano impuri chi vi entrasse in contatto). È curioso notare che nel Talmud si affronta il caso inverso di un ebreo che trova per strada un samaritano e un pagano feriti: naturalmente non è tenuto a prestare soccorso (‘Abodah Zara’ 26). Gesù si ferma, invece, sulla figura-modello del samaritano; egli si fa ed è prossimo del sofferente senza interrogarsi su chi è questo prossimo da aiutare. «Si fa vicino», le sue viscere si commuovono, il suo amore è operoso: fascia le ferite, vi versa vino e olio secondo i metodi del pronto soccorso antico, carica la vittima sulla sua cavalcatura, la depone solo quando giunge al caravanserraglio che funge anche da albergo, per due volte si ripete il verbo «prendersi cura», contribuisce anche alle spese successive con due denari. Il suo è un amore personale, sottolineato nell’originale dalla ripetizione del pronome greco autós: «passò vicino a lui, gli fasciò le ferite, lo caricò sul suo giumento, lo condusse alla locanda e si prese cura di lui… Prenditi cura di lui!».

Il sacerdote e il levita incarnano la rigida sacralità che separa dal prossimo; il samaritano rappresenta la vera santità che si unisce al dolore per salvarlo. L’impatto che doveva avere la parabola sull’uditorio di Gesù è ben reso da un esegeta moderno: «Immagina tu, bianco razzista e magari affiliato al Ku Klux Klan, tu che fai chiasso se in un locale entra un negro e non perdi l’occasione per manifestare il tuo disprezzo e la tua avversione, immagina di trovarti coinvolto in un incidente stradale su una via poco frequentata e di star lì a morire dissanguato, mentre qualche rara auto con un bianco alla guida passa e non si ferma. Immagina che ad un certo punto si trovi a passare un medico di colore e si fermi per soccorrerti…». Certo è che nella parabola appare in tutto il suo splendore il messaggio cristiano dell’amore.

Lo scrittore Luigi Santucci nel suo racconto Samaritano apocrifo ha ricordato la presenza del personaggio evangelico sui “vestiboli dei lazzaretti e dei luoghi pii”, mentre il musicista Benjamin Britten ne ha riproposto la figura nell’intensa Cantata misericordium op. 69, composta nel 1963 per il centenario della Croce Rossa. Ma il Buon Samaritano va oltre ogni filantropia, celebrando un amore assoluto e religioso, intrecciato con quello di Dio e per Dio. Nell’apocrifo Vangelo di Tommaso Gesù ripete: «Ama il tuo fratello come l’anima tua. Proteggilo come la pupilla dei tuoi occhi. Amalo come Dio ti ama e vuole essere amato».
Gianfranco Ravasi

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