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Roma, 8 gennaio 2007

Ho conosciuto un uomo, bella scoperta mi dirai, in realtà ne ho conosciuti e ne conosco tanti ma questo è uno di quei pochi che non si dimenticano e lasciano il loro segno indelebile per sempre.

Faceva il sarto ed insieme alla sorella aveva una sartoria in centro.

Era alto, magro, moro, un po’ burbero all’apparenza, sorriso affascinante, severo e simpatico.

Cosa aveva di tanto interessante? Due occhi scuri che brillavano, due mani forti, lunghe e bianche, di quelle mani che sanno sostenere, stringere, consolare, accarezzare e dare sonori schiaffoni. Ma quegli occhi ridevano e se per caso li vedevi tristi era solo una frazione di secondo poi tornavano a brillare. Un uomo forte, di poche parole ma sapeva ascoltare. Lo odiavo, piangevo, urlavo, parlavo e parlavo e lui zitto ad ascoltare mentre continuava a cucire, a volte avevo voglia di andarmene, mi faceva perdere le staffe con quei suoi silenzi, le sigarette accese di continuo eppure quando avevo detto tutto, sorrideva, quattro parole ed uscivo di là come il povero ricco o come il paralitico risanato.

Quest’uomo si chiamava Tito, in realtà Potito ma lo sapevano in pochi.

Tito aveva il cuore ballerino e lo scoprì a 46 anni al suo primo infarto, quando il medico glielo disse si mise a ridere: “bene, così ho un motivo in più per andare a ballare”. Da lui ho imparato il valzer e il tango ma non li ho mai ballati con nessun altro.

Tito sorrideva sempre e aveva un amico prete, il suo miglior amico sempre vicino e sempre presente, ma in chiesa ci andava di rado. “Stai lontana dai preti” mi diceva ridendo per far arrabbiare l’amico “raccontano un sacco di bugie su Dio, Lui è un essere migliore di quello che dicono loro. È un padre severo, buono e misericordioso e di tanto in tanto se non ci litighi un po’ se la prende a male. Se ami veramente qualcuno devi anche odiarlo di tanto in tanto”. Anni dopo l’amico prete di nome Donato, mi disse che di uomini con una fede come la sua se ne trovano pochi.

Un tempo si diceva: “Dio dà, Dio toglie”. Tito diceva “Dio dà e basta, tu gli appartieni, la tua anima è la sua che interesse ha a togliere?”

Ci ho pensato tanto a questa frase e non posso che dargli ragione, il male toglie, ti deve far incavolare, entrare in depressione, allontanarti da Dio e conquistarti per portarti via. Questo fa il male, non lo vedi anche tu lì che conta le anime che riesce a portar via come Paperon de’ Paperoni conta le sue monete?

Gli orientali sostengono che i mali del corpo sono i mali dello spirito, il corpo si ammala quando si ammala lo spirito. Io non so se è vero ma Tito diceva che il male quando meno te ne accorgi entra in te e lì dorme finchè, quando meno te lo aspetti, si sveglia e fa un gran macello. Cercalo il male, cercane la radice e mandalo via e se proprio non ci riesci, esorcizzalo, ridi perché Dio è il Dio della gioia e se tu ridi il male se ne va sconfitto. Lui cerca il dolore, la depressione, lo scoraggiamento.

Tito rideva spesso, raccontava barzellette o aneddoti, anche inventati, per far sorridere tutti. In realtà le barzellette non le sapeva raccontare ma mentre parlava nella sua mente si figurava le scene e iniziava a ridere e il suo riso era così contagioso che ridevi a crepapelle. Da lui ho imparato che anche quando tutto è buio che più nero non si può, hai sempre qualcosa che ti fa ridere, la scena di un film, un ricordo di quando eri bambino, qualche cretinata fatta con gli amici, una barzelletta, una cosa qualsiasi per non mollare e continuare a lottare, a sorridere.

Lui diceva che una brava moglie si riconosce dal fatto che ti tritola, o meglio te li trifola fino all’esasperazione e ogni buon marito che si rispetti, prima o poi, per reazione ne combina una di quelle che pensa che questa volta ti uccide e invece accade che lei rassegnata inizi a ridere. Quante volte ti è successo con Enrica?

Questo esercizio io l’ho imparato bene e quando il buio è così buio che di più non si può inizio a pensare alle cose divertenti, a Tito, alla scena del film di Totò Peppino e la malafemmina, quella in cui cantano guidando il calesse e a tante altre cose.

A Tito non potevi mentire, quegli occhi ti entravano dentro e ti beccavano, poi ridevano sornioni ma non ti rimproveravano perché sapevi di esser stato beccato a rubare la marmellata e ridevi, ti sentivi un verme e ti autopunivi ma ridevi.

La vita lo ha bastonato per bene ma si è sempre rialzato e anche quando non sorrideva i suoi occhi continuavano a brillare. Nella mia vita gli ho mentito una sola volta sapendo di mentire e conscia che lui sapeva che stavo mentendo, ”ora si incavola” pensai e invece si mise a ridere, fu l’ultima volta che ridemmo insieme.

Cosa aveva Tito di speciale? Prendeva la vita di petto e non si arrendeva mai e aveva due occhi scuri che brillavano. Ho conosciuto un uomo che ho amato e odiato quasi in pari misura, un uomo che mi ha insegnato a vivere e lottare e a vender cara la pelle al diavolo, l’unico che toglie, che ti vuole sconfitto. Cosa aveva di speciale oltre quegli occhi che brillavano e quelle grandi mani bianche? Era mio padre.

Quando incontro una persona la guardo negli occhi e gli guardo le mani. Gli occhi sono lo specchio dell’anima e le mani la raccontano lunga sulla sua vita e su come sa amare.

Mio caro amico “giornalaio” quante volte vedendoti accanto a don Mario mi fermavo a guardare i tuoi occhi che brillano e le tue mani bianche. Ho visto quegli occhi brillare anche l’ultima volta che ti ho visto, certo erano velati dalla sofferenza ma brillavano.

Nella mia vita ho conosciuto un ragazzo, Alberto, architetto, pazzo come tutti gli architetti, ha due occhi blu che brillano ma io l’ho perso di vista da tanto tempo.

Di lui mi sono rimaste scolpite nel cuore due cose: mi diceva sempre di crederci, credere in qualunque cosa facessi. L’altra era “fammi sognare”. Ci sedevamo a bere un tè e diceva la frase magica, terapeutica e finivamo sempre a crepar dal ridere.

Caro Sante,

non sono la tua migliore amica e forse fai fatica anche a ricordare il mio viso, lo so che il momento è difficile e la fede vacilla ma non dargliela vinta al male, cerca nella tua vita le cose belle che ti fanno ridere e ridi, ridi a crepapelle. Quando il male ti prende con tutta la sua forza digli: “ma tu, a chi vuo’ ammoscià?”

Credici Sante, credici che passerà, credici che la cura che stai per iniziare ti farà star meglio, credici che la proteina in sperimentazione confermerà i risultati sperati e il congresso americano l’autorizzerà per la commercializzazione ufficiale. Credici che ti vogliamo tutti bene e se pensi che qualcuno venga da te per pietà ridi e mandalo a quel paese. Credici Sante, sempre e comunque, e se proprio non sai che pesci pigliare chiamami, dicono di me che abbia gli occhi di Tito e la stessa incapacità di raccontare le barzellette.

E fammi sognare Sante, voglio sognare incrociando i tuoi occhi che sorridono, voglio sognare quando mi racconterai come hai fatto arrabbiare Enrica e come ti ha trifolato … i funghi. Fammi sognare tornando a fare il giornalaio e condendo in insalata i cetrioli che la vita ti ha lasciato in mano. Fammi sognare Sante raccontandomi delle tue cure e di come mandi a quel paese i medici che non ti sorridono e i finti amici pronti a consolarti perché devono. Sogna perché di amici veri ne hai tanti, Fabrizio, don Mario e la lista si fa lunga. Fammi sognare continuando a scrivere sul tuo blog, rispondendomi al telefono e ridendo in faccia al male.

Come dice Forrest: “la vita è una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita.” Sì, forse è vero ma se i tuoi preferiti sono i gianduiotti, come per me, non hai molte sorprese spiacevoli e puoi solo godere di quel piacere senza confine di quando ti si sciolgono in bocca.

Ora ti abbraccio Sante e … fammi sognare.

Stella Maria

(già pubblicato su Nutrireilcorpoelanima)

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