Una volta questa città era un coro.

Si aprivano le porte al grigio,

alla nebbia. Nel sole c’era oro.

I ricordi svisano come tracce,

sono sabbia sotto le ore, le mani

sudano, e la pietà incalza.

Stavamo stesi sui balconi, come

lenzuoli, a guardare i cortili,

il gioco dei bambini, noi stessi,

l’asfalto, e le rare, fonde buche.

Le auto così piccole, sulla ghiaia.

Facendo quattro passi eravamo

fuori, a leccare comignoli.

Non si capiva dove stava la sera,

e il confine, sull’occhio dell’erba,

fuori città. Sentivo chiamare

le canzoni: “Azzurro”, e “Occhi

miei”. Mia madre mi prendeva

la mano, sotto la Rinascente,

prima dell’estate; rinfrescava

al piano abbigliamento.

Poi anni, nient’altro. Gemere

di chiavi, nella sera sparuta.

Arroccata. Le sirene, sotto,

serpenti di latta. Auto pesanti.

Piccoli, i ragazzi. Neri, rossi.

Sotto al liceo, le motociclette.

Venivano a festa le carrozze

e i sandali, e il rock bandito.

Rumore di chiavi; spazzolare

il sangue dai crani. Le lotte,

e sotto, nelle piazze, le bombe.

Finché, lentamente, l’allentare.

In disco era come sull’Hudson,

nuotavano pesci variopinti,

tra danze e bacini storti, e colori

autunnali. La moda, dipinta

a bandiere firmate, e prosecco

nelle fauci ritmate dal jazz.

Cambiare, lavorare, andare secchi

nell’era post atomica, la tangente

sordida, la svelazione, il mistero

cupo negli occhi, inizio di una era

senza speranza, o meno.

Doppiate le cime, navighiamo

verso il Duomo. Con pochi soldi

nel sottile fenolo della crisi, ognuno

tappato in casa; a consumare le unghie

sui computer, scrivendo lettera morta.

(tratto da Franzwolf. Un’autobiografia in versi.)

Franz Krauspenhaar

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