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Quando ho acquistato “Sposa del vento” poesie 1984-2004, di Roberto Rossi Testa, mi aspettavo di leggere una raccolta di poesie dedicate ad una donna, un amore reale o irreale che avesse ispirato l’autore.

La sposa è invece  la poesia che l’autore stesso riconosce come forza interiore, compagna della sua vita. Il vento a sua volta è l’amore stesso.

In “Sposa del vento” ho trovato la storia di un uomo, dai versi traspare la vita, la gioia, il dolore, i sogni disillusi e quelli che alimentano ancora la speranza e la sua voglia di vivere e comunicare, che si confondono con la poesia, musa ispiratrice non solo dei versi ma del vivere quotidiano.

Ho sempre amato la poesia perché è diversa da tutti gli altri generi. Ognuno di essi può essere costruito intorno ad un’idea, la poesia no, è qualcosa di connaturato nell’anima, nasce dal profondo e si fonde con l’io interiore quello che viene da Dio e a Dio torna. Ciò trova conferma in questi versi:

è bastata una sillaba

perché sorgesse il mondo:

ora all’intera solfa

non si muove un sassetto,

non s’alza un ossicino,

non balla un orsacchiotto.

Ma se la bocca è muta,

se la gola è ostruita,

viene il verso da sé

si presenta alla penna

già maturo, giù cade

con un tonfo d’inchiostro.

 

La poesia è canto dell’anima e, come detto, voce di chi, ad un certo punto, decide di fare un bilancio e parlare di sé, dell’io profondo, chiedendo aiuto alla sua Musa, compagna fedele, di suggerirgli le parole, quelle parole capaci di esprimere anche ciò che con esse non riesce a tradurre:

 

Ora verso i cinquanta

Non divento saggio

Son pur vecchio abbastanza

Per lasciarmi sfuggire

Quattro cose di me,

e prima che sia tardi

catalogarmi i cocci

dietro intorno e davanti.

Non si temano o sperino

Esibizioni e scandali:

dei vivi e dei presenti

nulla se non il bene,

altrettanto degli altri;

Ma Musa dammi aiuto,

sia quasi come il detto,

più del detto, il taciuto.

 

Parla di sé Roberto e attraverso sè parla del mondo che vede, delle esperienze che lo hanno logorato e si chiede e si racconta:

Ed allora Roberto,

cosa aspetti a morire?

Tangheri dappertutto,

incompetenti e ladri

senza onore e pudore,

un mondo a gambe all’aria

ove nulla e nessuno,

giovane ancora, trovi

di caro o almeno noto;

solo i gatti ti guardano

costernati e sgomenti

come una volta i vecchi.

Ed allora, Roberto,

cosa aspetti a morire?

 

e ancor affida alla poesia ciò che vuol dire al mondo:

 

III

Non basta una lezione

A diventar piloti.

Pure dopo una sola

Lezione mi fu imposto

Di montar su un aereo

E volare da solo

Il decollo riuscì

….

E chi non sale scende

….

Non lanciai l’esse-o-esse,

né passione né panico,

solo attenzione a entrare

in acqua dolcemente

per non scassar l’aereo.

Prima di sera stanco,

stravolto dall’ingiuria

toccai infine la riva.

Non me ne staccai più,

non presi più l’aereo,

e scordai questa storia:

che torna solo a volte

nel rimpianto di essere

non il figlio di un dramma,

ma d’una immane e sterile,

e sterile, fatica.

 

Attraversando i suoi cinquant’anni di vita non racconta solo i suoi amori, le sue delusioni, le cose belle, gli altri e anche la sua fede e mi piacciono questi suoi versi dove l’uomo, anche solo per un attimo, afferra e unisce una donna  a sé, la sua poesia alla sua fede, la sua anima al suo io:

Tu volevi la calma,

un semplice sfiorarsi

di lontano con gli occhi,

e quasi con durezza

hai respinto i miei brividi,

il mio mutare, i miei

tentativi di stretta.

Pure per qualche istante

Io ti ho fatto mia sposa,

sposa del vento.

 

E ultimo ma non ultimo, colgo la forza di chi vive intensamente, credendo e lottando per sé e per gli altri, e quel bilancio che poteva sembrare una resa ma che resa non è, ed è letizia e gioia che traspare ad ogni verso, volontà e voglia di vivere ancora una vita dura ma così bella.

Non trovo altre parole che quelle stesse dell’autore, per dire ciò che per me è l’impressione più profonda, la dolcezza, l’emozione che in me lascia questo libro, questa anima sorella che mi dà gioia e sorpresa, una raccolta che, scelta per caso, rimane marchio a fuoco nel mio cuore, versi che da tempo non avevo più letto:

E’ morta prima d’essere

La storia che avrei scritto.

Sbircio l’ultima pagina:

bianca, ma in controluce

ha già solchi tracciati,

e la penna mi cade.

Stesi le mani a un fuoco

Che fa battere i denti;

meglio allora l’aperto,

scaldarsi nella corsa,

gridando “Ancora grazie”

correre ciecamente

all’abbraccio del vuoto.

 

Però l’esistenza

È fatta di stagioni

E questa non è l’ultima

Vi saranno altri nomi

Scritti in testa ai capitoli,

altri battiti e passi,

altre visioni e storie,

altri ansiti e gridi.

 

Sì, Roberto, condivido la tua speranza e la tua fiducia in questa esistenza, ci saranno nuovi battiti e nuovi nomi, altri capitoli da scrivere finchè avremo sangue nelle vene che fa sussultare questo cuore e anche un solo neurone per amare la vita e appartenersi.

Roma, 25 agosto 2008

Stella Maria

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