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Ipazia. Milleduecento anni prima di Galileo
di Claudio Tanari [22 ott 2009]

Bella, libera, intelligente. Era nata ad Alessandria d’Egitto nel 370 dC.
Unica donna matematica per almeno un millennio, erede della razionalità scientifica che aveva fatto risplendere il pensiero antico; sua l’invenzione dell’astrolabio, dell’aerometro, dell’idroscopio. Rifiutando di convertirsi al cristianesimo aveva detto: “Se mi faccio comprare non sarò più libera e non potrò più studiare”. Così il vescovo Cirillo, preoccupato della popolarità di Ipazia (era amica del prefetto Oreste e di Sinesio, vescovo di Tolemaide) e delle sue lezioni di filosofia neoplatonica, che rischiavano di riportare in auge il paganesimo, emanò la sua fatwa: Ipazia doveva essere eliminata.

A marzo del 415, un gruppo di basiji cristiani l’aggredì uccidendola barbaramente: il suo corpo venne quindi fatto a pezzi e dato alle fiamme nel Cinerone, una sorta di discarica di rifiuti della metropoli ellenistica. Giustizia era fatta, anzi l’ordine naturale delle cose era stato ripristinato: non aveva forse affermato Sant’Agostino che «la donna è un animale né saldo né costante; è maligna e mira ad umiliare il marito, è piena di cattiveria e principio di ogni lite e guerra, via e cammino di tutte le iniquità»? “Una macchia indelebile” nella storia del cristianesimo secondo Edward Gibbon.

Oggi Adriano Petta, studioso di storia della scienza, prova a colmare l’inspiegabile vuoto nella conoscenza di questa figura di donna (ma ne scrissero Diderot, Voltaire, Leopardi), prima martire del fondamentalismo e dell’intolleranza, con il suo “Ipazia, vita e sogni di una scienziata del IV secolo” (ed. La Lepre).

Margherita Hack, autrice della prefazione al romanzo, la accosta a Bruno e Galileo: in effetti la sua storia costituisce una “prima volta” di quell’integralismo oscurantista ancora oggi tristemente e tragicamente vivo e vegeto in tutte le latitudini. Il sacrificio di Ipazia, oltre a rappresentare una sorta di terribile “manifesto” della concezione cristiana della donna, lasciava presagire quale sarebbe stato l’atteggiamento prevalente dell’establishment ecclesiastico nei confronti del progresso scientifico e della libertà di pensiero: dunque l’oblio cui la scienziata sembra essere stata condannata non è più così incomprensibile…

L’Unesco ha intitolato proprio ad Ipazia un progetto che si propone di aumentare la percentuale di donne che nel mondo ricopre incarichi di responsabilità in ambito scientifico (attualmente ferma al cinque per cento).
Il romanzo rianima la vita quotidiana di Alessandria – una metropoli fatta di intrighi ma anche di vivacità culturale, con il suo melting pot mediterraneo – attraverso la storia personale di Ipazia, i suoi rapporti con filosofi, politici, le sue passioni e i suoi amori.

Il libro di Petta sembra intercettare una curiosità diffusa: la riscoperta della scienziata pagana passa infatti anche per il cinema: la primavera scorsa il regista spagnolo Alejandro Amenabar (’The Others’) ha presentato fuori concorso “Agorà”, un kolossal costato 50 milioni di euro sulla vita della donna.
Mentre qui da noi si preferisce produrre (a spese del contribuente, ça va sans dire) film mediocri come il “Barbarossa” di Martinelli. Ma questa è un’altra storia…

Pubblicato su Cronache Laiche

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