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Ciao Michele,
ho letto “La stessa vertigine, la stessa bocca” e, considerata l’intensità della tua poesia, ho preferito scrivere un commento subito senza leggere altre opere.
Confesso che l’ho letto già 3 volte e non ti nego che quanto scriverò di seguito potrebbe sembrare confuso ma non perché manchino le parole bensì perché sono un fiume in piena da incanalare in acque più tranquille, perciò ti chiedo scusa fin da ora se mi dovessi dilungare troppo.
Hai mai visto la Sacra Sindone? Dal vivo intendo? Io no, ma l’ho vista più volte sui libri e in tv compreso alcuni documentari.
Guardando quel Telo le emozioni son sempre forti, da esso trasuda la passione e l’amore di Cristo, la morte non come fine di tutto ma come rigenerazione e rinascita, salvezza. Se dovessi sintetizzare all’estremo ciò che rimane scolpito in me dalla lettura direi: amore e morte.

Azzardando un parallelo, immaginando la carta come un lenzuolo e le parole come immagine del corpo, ciò che rimane dentro è l’emozione non scritta che traspare, rendendosi viva, dalla carta e dall’inchiostro, esce dal testo. Ciò che mi piace è l’essere umano che si mostra in tutta la sua forza e la sua fragilità , in tutto il suo amore per la propria donna ma anche per la vita e ciò che ha creato.
Come dice Raffaele La Capria nella presentazione, affronti il tema della morte superandolo e vincendolo. Sì, sono d’accordo ma solo parzialmente. Premetto che io non sono che una lettrice, che quel che scrivo viene dal cuore e che La Capria è Davide e io neanche Golia, perciò ti chiedo scusa se quanto scrivo potrà sembrarti arrogante e pieno di superbia, nonché insensato rispetto alla tua poesia. Perché parzialmente? Solo perché la morte è il tema scritto, quello che compare dall’analisi letterale del testo.
In genere io leggo l’introduzione o la prefazione di un libro, dopo aver letto lo stesso perché inevitabilmente questo “cappello” condiziona la lettura, è come se andassi a vedere un film dopo che un amico, pur non raccontandomi il finale, mi ha raccontato la trama e fatto la sua recensione.
Ciò che vien fuori dalla tua poesia è l’ispirazione e ciò che l’ha generata, ovvero l’uomo con le sue esperienze, temprato dalla vita, la sua percezione del mondo, i suoi desideri e i suoi ricordi ma ciò che trasuda e arde, brucia sotto la cenere del testo, è l’amore. Amore prima di tutto verso la propria compagna ma anche in senso più ampio verso la vita, i figli, gli altri.
La prima scintilla che mi ha fatto credere che non fosse poesia di “morte” è stata la dedica ai tuoi figli.
I figli indipendentemente dal rapporto con il complice con cui sono stati generati, sono il nostro più grande atto d’amore e di egoismo. Egoismo perché non sono loro a chiedere di nascere ma nascono da una nostra esigenza, un bisogno. D’amore perché dal concepimento in poi, loro sono amore, chiedono amore, danno amore, sono il riflesso di noi, una parte di noi che lasciamo per una via diversa, la nostra immortalità, impronta che lasciamo nella storia. Lo stesso concepimento è un atto d’amore perché si concretizza nel dare anche se solo il seme, anche solo il piacere.
Hanno scritto che il momento in cui si muore sia il momento di più intensa emozione che sia possibile provare. L’emozione dell’ultimo respiro che ferma il cuore e pur annullando il corpo dà nuova vita allo spirito. Naturalmente posso solo fare un atto di fede a chi, con strumenti scientifici, ha misurato un’emozione traducendola in diagrammi, quando potrò confermare o smentire ahimè non potrò raccontarlo.
Assumendo per ipotesi che sia vero, non somiglia l’emozione di essere amati a questa della morte?
Quando si ama profondamente intensamente non si prova felicità e quindi un’emozione forte che prende ogni singola cellula del corpo? Non si muore nell’altro per rinascergli dentro? A volte non ci si annulla fino a perdere la consistenza della propria identità? Non è morte la fine dell’amore? Il culmine dell’amplesso fisico non è forse un’emozione fortissima che raggiunto il suo apice, prosegue con la pace totale dei sensi? La sensazione di librarsi al di sopra del corpo fisico in un piacere unico e senza confini? Tanto più è vero quando è accompagnato da un amore profondo e maturo per l’altro e ricambiato. Il solo vedere l’essere amato non genera pace, quiete a quel tumulto di paure, ansie e pensieri che genera la lontananza? L’altro vissuto come fede, profezia, religiosità, anche questo è amore allo stato puro ma maturo e consapevole.
La maggior parte di quanto detto non è vero anche proiettato sui figli, gli amici, la vita, Dio?
Se l’amore è donarsi, dare senza aspettative non è forse morte dell’ego?
Fra le righe ho letto questo, ma tornando alla letteralità della poesia, c’è pathos e liricità. In alcuni versi trovo quella drammaticità profonda e consapevole, dolorosamente cosciente e per questo matura e piena di speranza di Amleto che, vagando per le sue stanze o per le segrete del castello, si interroga sull’identità sensibile del proprio io ovvero su se stesso e i propri sentimenti, forgiato dalla vita e dall’averla vissuta, ponendosi domande retoriche ma sempre mettendo in dubbio fino alla morte il proprio essere e cosa sia più giusto mostrare nel palcoscenico dell’esistenza terrena. Dubbi a cui la morte mette fine e quindi è vittoria così come ai dubbi mette fine l’amore donando quell’energia capace di vincere ogni cosa: amor omnia vocit.
A questo punto lo scritto ha preso forma diversa dal pensato ma tu puoi insegnarmi quanto sia difficile tradurre su carta la vita interiore e quanto spesso mentre la penna scorre sul foglio le idee assumano una vita propria autonoma e distaccata dal pensiero così come si è originato.
Concludo con i tuoi versi e non è stato facile scegliere, ma l’amore come lo scrivi tu e lo leggo io trova convergenza qui:

vieni e restiamo uniti
un istante solo e intero
dammi il tuo bacio
e le mani per trattenerti
stiamo immobili
che stanotte attiriamo il firmamento

ti abbraccio
Stella Maria

p.s.: si possono leggere e scaricare le opere di Michele Caccamo cliccando qui

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