di Giorgio Barba Navaretti

Il Manifesto capitalista di Luigi Zingales è un appello al populista razionale ad aver fede nel mercato, a non volerlo abbattere, a contribuire, piuttosto, a cancellarne le distorsioni. Il populismo è infatti il punto di arrivo della degenerazione clientelare del mercato americano, una deriva verso l’Italia che l’autore radiografa con rigore e aborre. L’America del mercato anonimo, del merito, quella che Zingales ha conosciuto nei suoi primi anni da studente di economia al Mit, si è a poco a poco corrotta e la deriva dei mercati finanziari da Lehman in poi ne è la conseguenza.

L’aumento della disuguaglianza, la crisi delle classi medie e soprattutto la sfiducia nell’élite intellettuale ormai incapace di giudizio e di proporre soluzioni lucide alimentano infine il populismo che in forme diverse si traduce nei Tea Parties o nei sit-in di Occupy Wall Street. I Tea Parties vogliono la fine dello Stato, Occupy Wall Street del grande capitale. Da sponde opposte entrambi propongono soluzioni radicali a un sistema colluso dove cattiva politica e cattivo capitale si sostengono e si danno reciproca sponda. Il populismo è il segno forte di tempi inquieti.

Il fatto che il 77% degli americani ritengano che ci sia troppo potere nelle mani di pochi grandi gruppi e grandi ricchi è in fondo il segno della fine dell’American Dream, dell’idea che attraverso il merito e il mercato sia possibile progredire socialmente ed economicamente. Ma è proprio in momenti come questi che il pungolo del populismo, ammorbidite le sue spinte più radicali, può servire a promuovere riforme buone, che favoriscano una nuova ed efficace ripartizione di poteri e compiti tra Stato e mercato, così come avvenne con le riforme progressiste dell’inizio del XX secolo: legge antitrust, trasparenza contabile, norme antifrode e così via. Il libro di Zingales traccia invece le linee guida delle riforme per il XXI secolo.

Ora prima di vedere cosa si possa fare bisogna capire perché si sia arrivati a questo punto. Il problema, per l’autore, è la cattura dello Stato da parte della grande finanza e delle grandi imprese. Dunque, la selezione e i soldi non si fanno più sulla base del merito ma sulla base delle relazioni. Un’economia di sussidio più che di mercato. Questo abbraccio mortale ha diverse cause, ma soprattutto la forte concentrazione del business.
L’esempio più interessante è quello dei mercati finanziari (nel 2008, le prime cinque banche americane detenevano il 40% dei depositi; nel 1984, il 9%). Il potere dei grandi istituti finanziari sia negli anni precedenti che in quelli successivi alla crisi ha generato cattive regole e regolatori collusi che hanno permesso loro di prosperare e fare esplodere i rischi del sistema.

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-09-09/capitalismo-migliore-170236.shtml?uuid=AbGJnyaG

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