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Gli occhi dell’altro sono l’immagine di un cuore che soffre o gioisce al pari del nostro. Dovremmo imparare a guardarci dentro consapevoli che non ci riflettiamo ma quel che vediamo è l’altro. Kenegdo, occhi negli occhi, non visura allo specchio.
Chi ferisce uccide se stesso ma il sacrificio d’amore è spesso scambiato per incapacità di comprendere, offesa, ferita, la memoria dell’amore dovrebbe aiutarci a ricordare che non è così o darci la forza di aprirci al dialogo. Quando il dialogo non c’è ci sono tante supposizioni, muri a nostra difesa, la convinzione che le ragioni dell’altro sono sicuramente errate: non comprende ciò che è necessario, un atto dovuto alla propria vita.
Dire grazie non è un automatismo del linguaggio, dobbiamo imparare a dare un sorriso a chi ci ha dato il resto, a chi ci ha lasciato passare avanti o ci ha aperto la porta perché le nostre esigenze avessero la priorità.
La memoria dell’amore, dato e ricevuto, non è una carta chimica o una scritta a matita che con il tempo si perde, ma l’unico caposaldo per discernere l’offesa dal perdono, la ferita dalla comprensione. Ma per la sopravvivenza dell’io, l’accorciare il tempo del nostro dolore questa memoria finisce nell’oblio di uno dei tanti cassetti dell’anima, in una pagina voltata dimenticando che il nuovo capitolo del romanzo della vita non prescinde da quelli già scritti ma è un continuum.

Il ferito spesso è colui che ferisce, e chi non capisce, colui che ha compreso fino in fondo. Se tenessimo viva la memoria dell’amore saremmo capaci di fidarci fino in fondo e se questo accadesse potremmo accorgerci che il cireneo non è colui che ci dà sollievo per un po’ ma chi porta con noi la croce e ci sale per la nostra risurrezione, non rimane sotto come il soldato che infila la lancia nel costato. Non è chi divide la strada ma chi va avanti per rendere la nostra meno impervia.
Il silenzio di Cristo davanti alle accuse di Pilato, lo stringere i denti alle scudisciate della vita, la via del Calvario silenziosa e invisibile non sono sinonimo di chi si allontana solitario per abbandonarci a noi stessi ma la sua capacità di prendere la nostra croce oltre la propria perché il cammino verso il disegno di Dio, per te sia più lieve e si restringa il tempo per la vita nuova.
Pensiamo che chi abbiamo allontanato prima o poi si vendichi mentre lo vorremmo vicino e presente, martire secondo l’occorrenza, ora della nostra rabbia, ora della nostra risurrezione ignari che la croce la porta lui, noi al massimo siamo come la Veronica ad asciugargli il viso quando un briciolo di coscienza ci apre la porta della verità, una porta chiusa in fretta perché ostacolo alla nostra risurrezione che non è mai vera se si fonda sull’incomprensione e non condivisione del dolore dell’altro.
Accade che il giardiniere semini nello stesso terreno, a distanza ravvicinata, due semi, uno dei due deve germogliare e portare frutto, l’altro deve conoscere l’oscurità del terreno e la necessità del sacrificio affinchè, dopo il germoglio, il primo porti più frutto. Il secondo si fa vicino e presente, riscalda e si unisce ma il primo pensa solo a una competizione in cui uno dei due deve morire. Il secondo opera affinchè il primo arrivi ad odiarlo e lo uccida perché sia più facile al primo germogliare. Il frutto che ne verrà fuori non è opera di uno ma di due, uno che rimane nell’ombra e vive di quella morte, l’altro che emerge pensando di aver conquistato la luce da solo, l’altro in fondo non era destinato a germogliare. Siamo tutti capaci di vedere il frutto e di prenderci il merito di averlo coltivato affinchè divenisse tale, dimenticando la radice, sacrificio di due perché il frutto porti altro frutto.
Chiediamo di essere compresi pensando che la nostra sia l’unica verità spesso la verità è dell’altro, dobbiamo avere il coraggio di guardare entrambe le facce della stessa medaglia.
Gesù ci insegna a morire sulla croce per l’altro ma ognuno pensa che chi ci sale sia reo di ogni nostro male, i chiodi sono le offese al nostro cuore che trovano giustizia infilandosi nella carne dell’altro. La croce è l’amore che sceglie l’offesa perchè la risurrezione sia salvezza e la salvezza non si raggiunge mai da soli, spesso c’è un agnello che viene immolato per il bene di molti. Se sapessimo riconoscere l’agnello ci renderemmo conto che spesso non siamo noi. Ma nella vita c’è chi nasce agnello: in ogni piccolo ambito e attimo la storia si ripete, Dio ama così tanto l’uno da sacrificarlo per poter amare l’altro allo stesso modo. Quando capisci di essere agnello piangi, è la consapevolezza dell’amore di Dio, la presenza viva di Cristo al tuo fianco e nella tua carne, la volontà di prendere la croce e portarla con e per l’altro. Non è un pianto di dolore ma un pianto di liberazione, la liberazione di chi si sente amato da Dio e non figlio di un dio minore. Un privilegio difficile da accettare siamo esseri umani, ma un cuore di carne colmo dell’amore infinito di Dio straripa, scoppia perché l’amore ricevuto non può che essere dato ma, per chi osserva, è difficile capire che il pianto è quel fiume in piena che straripa, la consapevolezza della presenza viva nella carne dell’amore di Dio e non il dolore per le frustrazioni di una vita dura che ti chiede ogni giorno di donare una parte di te.
Non comprendiamo l’amore finchè non comprendiamo il sacrificio e quel sacrificio non genera lacrime, le lacrime sono il segno dell’amore donato che torna a fluire verso gli altri, non di un dolore. L’amore è un dono mai una pretesa, un fiume in piena che rompe la diga mai una secca in attesa della pioggia, c’è più acqua nel deserto che in un cuore che batte solo per se stesso. Papa Francesco parla del dono delle lacrime, si, sono un dono, perché, come dice lui, attraverso di esse vediamo Cristo e il suo immenso amore e non possiamo rimane indifferenti. Un altro sacerdote, il mio parroco, don Fabrizio dice che sono segno di conversione, le lacrime sono anche frutto della gioia che nasce dopo il dolore, gioia che si apprezza solo se si conosce il dolore. Gibran dice: quanto più profondo è il solco scavato da dolore tanto più grande sarà la gioia che potrà colmarlo. C’è un amore così grande che è presenza viva nella carne ed è l’amore di Dio, un amore così forte che ti commuove alle lacrime perché nessuno ti ama come Lui: se anche tua madre si dimenticasse di te io non mi dimenticherò mai (Is 49, 15)
La lectio divina è ascolto della Parola, meditazione, preghiera e azione, vivere è ascolto, riflessione, accettazione, azione. Se guardassimo solo l’azione non ne comprenderemmo il senso e punteremmo il dito, che con la misura della nostra morale, divide il giusto dall’ingiusto, chi è cristiano da chi non lo è. Se la memoria dell’amore fosse viva e non imbavagliata dall’orgoglio vedremmo ciò di cui è frutto e nessuno di noi sarebbe capace di puntare il dito ma lo terrebbe ben saldo nel pugno, unito nella mano fatta per accarezzare, come quella di Dio protesa verso l’uomo per afferrarlo non per precipitarlo all’inferno.
Spesso siamo convinti di essere in Cristo ma è la voce dell’avversario che seguiamo, l’avversario è sottile e, come insegna Marco Ivan Rupnik, è facile conoscerlo e rifiutarlo quando si presenta come se stesso, difficile è non ascoltarlo quando si presenta come angelo di luce, difficile è capire soprattutto quando dall’altra parte chi ci ama ci lascia liberi di amarlo pur dandoci i mezzi per discernere e non lasciandoci mai: il diavolo ti ha vagliato come il grano ma ho pregato perché la tua fede rimanesse salda. (Lc 22, 31)
Pensiamo di essere in Cristo e nella fede ma quando la fede e l’amore di Cristo hanno come unico scopo la nostra salvezza viviamo nell’inganno. Il mio parroco dice: nessuno si salva mai da solo, basterebbe ricordare questo per discernere. Ogni volta che il bene e l’amore, la vita nel vangelo sono si, anche amore dell’altro, ma in funzione di sè, e prima per sé, ogni volta che il pensiero va prima a noi che all’altro, non siamo in Cristo pur facendo il bene e seguendo le se leggi.
Dovremmo guardare sempre alla croce, ci ho messo tempo a capire perché la chiesa ripropone sempre il crocifisso, il simbolo dei cristiani sia il crocifisso, perché ogni volta che ci viene in mente l’io, la mia sopravvivenza, quella croce ricordi che è l’altro ciò che conta, l’altro che ci salva, che non si vola con un’ala sola, abbiamo bisogno dell’ala di riserva come dice don Tonino Bello. Il Cristo risorto è il Cristo crocifisso ma se non prendi la croce non c’è risurrezione. Non dovremmo togliere i crocifissi ma averne uno sempre davanti agli occhi ben visibile a ricordarci che la via lucis non c’è se non percorriamo la via crucis dove l’io muore per risorgere nell’altro. Ogni volta che ho memoria della croce, ho memoria dell’amore di Dio e la memoria è ciò che ci permette di cambiare il nostro futuro, la radice che fa germogliare il seme, che permette all’albero di fruttificare, senza radice l’albero non dà frutto e muore, senza Dio non c’è Amore ma solo un surrogato che non appaga quanto l’originale e ci spinge a una continua ricerca senza meta, all’infelicità.

Stella Maria

(Riflessioni durante il pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo 9/10 novembre 2013)

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