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Quella mattina il vento soffiava leggero, ricordava una carezza ricevuta tanti anni prima e la sensazione era quella, che qualcosa di meraviglioso ed eterno stesse per accadere, un appuntamento atteso stesse per svolgersi in quella giornata di sole, umida di mare e di sale.
Seduta sulla sedia a dondolo Stella contemplava la calma piatta del mare increspato appena da qualche onda che più che infrangersi sugli scogli sottostanti, li baciava. I pensieri frammisti ai ricordi si perdevano sulla linea dell’orizzonte lasciando vagare la mente da una parte all’altra. Il cuore sussultava alternando movimenti ritmici e veloci a momenti di estrema calma in cui sembrava fermarsi per stentare a ripartire. Da qualche giorno si sentiva stanca, una settimana prima il cuore aveva deciso di rallentare e se quella sera non ci fosse stato Alexandro chissà forse si sarebbe fermato. Aveva visto il volto del figlio preoccupato, lo aveva sentito telefonare al collega cardiochirurgo, prendere un appuntamento imminente, la faccia seria, tirata, che aveva perso improvvisamente il sorriso ereditato, quella luce scritta nel DNA da un dio fedele e munifico verso chi ha un cuore in ascolto. Poi la visita e, al solito, come sempre fanno i figli, parlano un linguaggio che non comprendi e dicono bugie, consapevoli che ancora una volta li sorprenderai come quando da ragazzini rubavano la marmellata. In fondo anche tu raccontavi bugie, quando erano piccoli, per negare una realtà che non potevano comprendere o che, troppo dolorosa, era meglio non comprendessero in un’inutile difesa dalla vita che ti saggia, prova, vaglia in un continuo saliscendi fra paradiso e inferno. Ma accade, accade che a un certo punto i ruoli si invertano e i figli diventino genitori ansiosi, molto più di quanto lo sei stato tu quando erano piccoli e non gli pare vero che finalmente potranno rimproverarti, prendersi la rivincita su te, ma quella volta Alexandro non disse parola ma aveva un’ombra nello sguardo, un’ombra che ti fa comprendere che quegli occhi non li vedrai ancora a lungo, non ti ci specchierai per molto tempo ancora. Ma Stella non perse la serenità ne il sorriso, si arriva ad un certo punto in cui si diventa consapevoli dell’eternità, si crede di essere immortali e forse lo si diventa, è come al momento del parto: il corpo genera endorfine che fanno da anestetico per non sentire tutto il dolore con cui si nasce e si dà la vita. E’ come se Dio ti concedesse un tempo per cambiare, per ricordare, riparare… prima di rivolerti con sé come una madre che ti lascia vivere e giocare ma giunta la notte, ti ricorda che devi tornare a casa, la cena è pronta e lei ti sta aspettando per vivere attimi indimenticabili fra una favola, il rimboccarti le coperte, le carezze e l’ultimo bacio della sera. Arriva un tempo in cui si viene partoriti nuovamente e si nasce a vita nuova, ci si prepara allora, ci si mette in posizione e si attende il momento giusto per la spinta. Si avverte uno strano brivido ma non ci sono più dubbi, si può solo andare avanti e sopravvivere in un mondo che non si conosce ma si è a lungo studiato sulle carte del tempo, dello spazio e del cuore, sul libro della fede, smisurata, titubante fede, con la forza innata di esplorare ciò che non si conosce e fare quel salto nel vuoto che produce adrenalina come quando vai sulle montagne russe e ti trovi la discesa, il cuore si ferma, il respiro cessa, lungo la colonna hai un brivido misto di paura e piacere e quella smisurata voglia di riprovare a lanciarti nell’ignoto/noto della vita e oltre.

Stella Maria.

Questo è l’ennesimo incipit per un romanzo che vorrei scrivere e credo che stavolta sia la volta buona, il giusto inizio.

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